Mi sembra che la situazione italiana non abbia paragone nel mondo: la definirei kafkiana, con l’impossibilità crescente di distinguere il reale dall’irreale.

Ognuno di noi porta avanti la propria giornata come meglio può, e i problemi da superare ogni giorno sono così pressanti da non lasciare spazio alla Politica, cioè alla partecipazione sociale e civile di tutti e di ciascuno.

 

 

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Sono stanca di indignarmi ogni cinque minuti. Sono stanca di vedere come sia in atto una strategia precisa ed efficace di smantellamento del Paese dalle fondamenta, senza che nessuno opponga un’altrettanto efficace strategia di difesa.

L’Italia (nelle persone di coloro che l’hanno amministrata e governata dalla fondazione della Repubblica, ma anche dei singoli cittadini che non hanno sviluppato un senso civico degno di una nazione europea) non ha saputo liberarsi di gravi malattie come il fascismo o la P2. Sendivogius riassume benissimo il concetto:

Ciò dimostra quanto grandi e radicate siano le pulsioni sanfediste, le correnti reazionarie, l’eredità fascista, che pervadono nel profondo l’identità dell’italiano medio e che come un fiume carsico scorrono sotto i pilastri della Repubblica costituzionale, cercando di consumarne le fondamenta.

Per i prossimi giorni si sta preparando la riforma epocale della giustizia, che dovrebbe dare il colpo di grazia alla magistratura che osa toccare i potenti, che si ostina a non capire che siamo in pieno Medioevo e quindi i cittadini non sono tutti uguali.

Sono stanca di sentire tutti i giorni il blaterare berlusconiano, corte inclusa, il cui unico scopo è occupare i media 24 ore su 24, costi quel che costi, purchè sia incessante l’attenzione della gente: non importa cosa dici, tanto non ci sarà nessuno a contraddirti, nessun giornalista con le domande scomode, nessun “oppositore” a metterti davanti ai fatti e ad obbligarti ad assumertene la responsabilità.

Non mi sorprendo nemmeno più nel vedere tra la gente che il consenso basato sulla falsità e sulla mistificazione continua ad esistere: come potrebbe essere diversamente, se la cosiddetta “opposizione” è quella che non ha avuto il coraggio di fare una legge sul conflitto di interessi?

Mi sembra che nessuno difenda l’Italia e le cose buone che in Italia ci sono: non contrastando gli attacchi diretti, lasciando che l’incuria sgretoli ciò che ancora si sforza di restare in piedi, sottraendo risorse, rendendo sempre più piccino e mediocre l’orizzonte delle persone, spingendole a rinchiudersi nel proprio orticello privato e a cercare, da bravi sudditi, l’appoggio dei potenti.

In La manomissione delle parole, citando Luciano Canfora, Gianrico Carofiglio scrive:

La sinistra, se vuol essere tale, si schiera per l’inclusione, per l’accettazione dell’altro, del diverso, dell’escluso. La destra invece esclude. E tende a serbare la situazione conquistata di benessere o privilegio per i ceti e i gruppi, per le nazionalità, i paesi, le consorterie, che hanno già in mano benessere e privilegi.

E più avanti aggiunge:

George Steiner e José Saramago hanno scelto No come prima parola di un ideale lessico necessario. […]
E’ un’arte difficile e perduta, quella di dire no. “No alla brutalità della politica, no alla follia delle ingiustizie economiche che ci circondano, no all’invasione della burocrazia nella nostra vita quotidiana. No all’idea che si possano accettare come normali le guerre, la fame, la schiavitù infantile. C’è un bisogno enorme di tornare a pronunciare quella parola. E invece ne siamo incapaci.” Per acquiescenza, per scetticismo, per pura pigrizia.

Probabilmente l’italiano medio è mosso dalla difesa del proprio giardinetto o dall’illusione che un giorno avrà anche lui un giardinetto da difendere.

 

 

La recente conversazione con Sendivogius sul suo  interessante e stimolante blog mi ha fatto tornare in mente ciò che Massimo Fini scriveva sul Fatto Quotidiano del 5 giugno scorso:

I partiti, che hanno trasformato la democrazia italiana in un sistema di oligarchie e di aristocrazie mascherate, diciamo pure: di mafie, sono i padroni del Paese. Oltre e al di là della Rai hanno occupato tutte le Istituzioni dello Stato, presidenza della Repubblica, presidenza del Consiglio, governo, le amministrazioni regionali, provinciali, comunali, parte del Csm, le aziende parastatali, le Spa comunali, gli ospedali, le Asl, le banche, gli ex Iacp, gli enti culturali, le aziende di soggiorno, le terme, i porti, gli acquedotti, i teatri, i conservatori, le mostre e anche vaste fette delle professioni. Il “sistema Mastella” e i recenti scandali ci dicono che in Italia non si può fare nemmeno il chirurgo o l’architetto senza baciare la babuccia del boss di turno o di zona.

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L’indifferenza acquiescente con cui mi sembra che la maggior parte degli italiani reagisca a questo comportamento da virus che si propaga senza controllo, infettando e depredando ogni ambiente in cui giunge, mi porta a chiedermi se stiamo riuscendo a dare realizzazione al paradosso della tolleranza descritto da K. Popper, di cui ho trovato una citazione in Rete:

Il cosiddetto paradosso della libertà è l’argomento per cui la libertà, nel senso dell’assenza di qualsiasi controllo restrittivo, deve portare a un’enorme restrizione perché rende i prepotenti liberi di schiavizzare i mansueti. […]

Meno noto, invece, è il paradosso della tolleranza: la tolleranza illimitata porta alla scomparsa della tolleranza. Se estendiamo l’illimitata tolleranza anche a coloro che sono intolleranti, se non siamo disposti a difendere una società tollerante contro gli attacchi degli intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti e la tolleranza con essi. In questa formulazione, io non implico, per esempio, che si debbano sempre sopprimere le manifestazioni delle filosofie intolleranti […]. Ma dobbiamo proclamare il diritto di sopprimerle, se necessario, anche con la forza; perché può facilmente avvenire che esse non siano disposte a incontrarci a livello dell’argomentazione razionale, ma pretendano ripudiare ogni argomentazione; esse possono vietare ai loro seguaci di prestare ascolto all’argomentazione razionale, perché considerata ingannevole, e invitarli a rispondere agli argomenti con l’uso della violenza. Dovremmo quindi proclamare, in nome della tolleranza, il diritto di non tollerare gli intolleranti.

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Forse è per eccesso di tolleranza che riusciamo a sopportare ancora la situazione attuale, il dilagare dei partiti, della corruzione, del mal governo, degli atteggiamenti razzisti, omofobi e xenofobi, delle mafie imperanti e via discorrendo… Ma se così fosse, e se Popper avesse ragione, mal ce ne incorrerà.


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Se qualcuno mi avesse detto che un giorno mi sarei trovata d’accordo con Fini, mi sarei messa sicuramente a ridere e avrei scrollato le spalle di fronte a un’affermazione priva di fondamento.

Invece, con mia sorpresa, devo ammettere che accade.

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Mi colpisce in particolare il fatto che Fini ripeta spesso “Ma che c’entra…” ribattendo alle risposte/slogan di Bondi; le espressioni del viso mi sembrano estremamemte eloquenti per entrambi.

Trovo inaccettabile che Bondi dichiari con convinzione che è necessario esprimere sostegno e solidarietà verso gli inquisiti eccellenti e che Fini tenti di assecondarlo. Avevo già notato da tempo la moda di dichiarare solidarietà agli indagati, purchè politici, cardinali o affini: adesso mi sembra che questa abitudine abbia uno scopo strategico, ovvero far passare il messaggio che gli inquisiti sono tutti dei poveri perseguitati dai magistrati.

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Lungimiranza, parola desueta, fuori moda, a cui continuo ad essere affezionata: penso che sia, insieme a “Responsabilità”, quella che sta in cima alla graduatoria delle parole per me importanti.

Cosa significa, in termini di lungimiranza, tagliare i fondi e gli investimenti in scuola, cultura, informazione e formazione? Significa condannare un Paese a un regresso profondo e consegnare la democrazia all’oblio, semplicemente in funzione del fatto che le redini del potere resterebbero in mano alle stesse classi dirigenti: il sogno di qualunque dittatorello è quello di poter trarre lucro e profitto dallo sfruttamento di una massa acritica e priva di opinioni personali, facilmente suggestionabile e ancor più facilmente manovrabile.

In termini di lungimiranza, l’attuale andazzo – basato su clientele e nepotismi piuttosto che su meriti e competenze  – è destinato a paralizzare lo sviluppo del Paese e anzi a spingerlo sempre più indietro: non solo perchè un Paese privo di persone adeguatamente istruite non può progredire in tecnologie, benessere, qualità di vita, ma perchè un popolo di persone ignoranti e incompetenti che si inseriscono nel tessuto produttivo della società non può causare altro che devastazione. Cosa altro potrebbe derivare, per esempio, da un insegnante che non sa ciò che insegna, da un medico che si è laureato a forza di raccomandazioni o da chi ricopre ruoli dirigenziali solo perchè figlio, nipote o amante di chi conta? Il danno sociale, la lacerazione del tessuto sociale, è semplicemente incalcolabile.

In proposito ho trovato in Rete un sondaggio un po’ datato di cui è impossibile riportare la fonte: ho fatto delle ricerche approfondite, ma non sono riuscita a recuperarla.  Ho trovato solo una vecchia pagina del Corriere della Sera, un documento sul sito dell’AgCom e questo video.

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