I governatori Cota e Zaia, leghisti appena eletti in Piemonte e Veneto, hanno sollevato recentemente una nuova polemica sulla pillola RU486, dichiarando che nelle loro Regioni non sarà mai somministrata.

Forse non tutti se lo ricordano,  ma la legge 194 risale al 1978. In quegli anni rappresentò un progresso incommensurabile rispetto a quanto previsto dalla normativa fino a poco tempo prima (vale a dire, il carcere fino a 12 anni per il medico che procurava l’aborto e fino a 5 anni per la donna).  Nel maggio 1981, sia i Radicali che il Movimento per la Vita tentarono la via del referendum abrogativo per modificare la legge: i Radicali ne volevano un’espansione, mentre il Movimento per la Vita puntava a una restrizione. Entrambi furono sconfitti dagli italiani, che con l’esercizio della libertà di opinione espressa tramite il voto – e i votanti furono più del 79% – dissero che volevano tenere la 194 così come era.

Anche se adesso Cota precisa che intende rispettare la Legge, preoccupano le parole di Casini (riportate nello stesso articolo):

Noi siamo dalla parte della vita, sempre. C’è una legge dello Stato, fatta da questo governo e gli uomini delle istituzioni la devono applicare.

Però la Lega è una grande forza politica e può chiedere alla maggioranza di cambiare la legge e, se vuole, cambiare anche la 194.

In primis, affermare che “c’è una legge dello Stato, fatta da questo governo”, se si riferisce alla 194, è una mistificazione inaccettabile della realtà. Secondariamente, l’invito di Casini a cambiare la 194 (che per un qualche miracolo è sfuggita al rogo di Calderoli) va contro quello che lui stesso diceva poco tempo fa:

Se si passa dalle parole ai fatti, e cioè alle richieste di modifica della legge in Parlamento, anziché imboccare una strada vincente come è stato sulla fecondazione assistita, rischiamo di fare una bella battaglia di testimonianza ma di finire in minoranza, e alla fine avremo una legge peggiore della 194.

Voglio quindi lanciare una provocazione: sarebbe utile andare oltre, dimostrare vero coraggio e procedere con l’abolizione di norme ormai non al passo con i tempi, come si è fatto con i risultati relativi al referendum per il nucleare. Si potrebbe iniziare dalla legge sul divorzio, che risale al 1970 (confermata poi con referendum nel 1974).

Suggerisco quindi ai governatori dei nuovi stati sovrani di Veneto e Piemonte di prendere in considerazione l’opportunità di snellire la normativa, ad esempio cominciando dal voto alle donne che risale al 1946 (malgrado le convinzioni del ministro Carfagna). Se dobbiamo andare indietro, che sia almeno indietro tutta, senza concessioni a falsi buonismi e ipocrisie.

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