Sono stanca di indignarmi ogni cinque minuti. Sono stanca di vedere come sia in atto una strategia precisa ed efficace di smantellamento del Paese dalle fondamenta, senza che nessuno opponga un’altrettanto efficace strategia di difesa.
L’Italia (nelle persone di coloro che l’hanno amministrata e governata dalla fondazione della Repubblica, ma anche dei singoli cittadini che non hanno sviluppato un senso civico degno di una nazione europea) non ha saputo liberarsi di gravi malattie come il fascismo o la P2. Sendivogius riassume benissimo il concetto:
Ciò dimostra quanto grandi e radicate siano le pulsioni sanfediste, le correnti reazionarie, l’eredità fascista, che pervadono nel profondo l’identità dell’italiano medio e che come un fiume carsico scorrono sotto i pilastri della Repubblica costituzionale, cercando di consumarne le fondamenta.
Per i prossimi giorni si sta preparando la riforma epocale della giustizia, che dovrebbe dare il colpo di grazia alla magistratura che osa toccare i potenti, che si ostina a non capire che siamo in pieno Medioevo e quindi i cittadini non sono tutti uguali.
Sono stanca di sentire tutti i giorni il blaterare berlusconiano, corte inclusa, il cui unico scopo è occupare i media 24 ore su 24, costi quel che costi, purchè sia incessante l’attenzione della gente: non importa cosa dici, tanto non ci sarà nessuno a contraddirti, nessun giornalista con le domande scomode, nessun “oppositore” a metterti davanti ai fatti e ad obbligarti ad assumertene la responsabilità.
Non mi sorprendo nemmeno più nel vedere tra la gente che il consenso basato sulla falsità e sulla mistificazione continua ad esistere: come potrebbe essere diversamente, se la cosiddetta “opposizione” è quella che non ha avuto il coraggio di fare una legge sul conflitto di interessi?
Mi sembra che nessuno difenda l’Italia e le cose buone che in Italia ci sono: non contrastando gli attacchi diretti, lasciando che l’incuria sgretoli ciò che ancora si sforza di restare in piedi, sottraendo risorse, rendendo sempre più piccino e mediocre l’orizzonte delle persone, spingendole a rinchiudersi nel proprio orticello privato e a cercare, da bravi sudditi, l’appoggio dei potenti.
In La manomissione delle parole, citando Luciano Canfora, Gianrico Carofiglio scrive:
La sinistra, se vuol essere tale, si schiera per l’inclusione, per l’accettazione dell’altro, del diverso, dell’escluso. La destra invece esclude. E tende a serbare la situazione conquistata di benessere o privilegio per i ceti e i gruppi, per le nazionalità, i paesi, le consorterie, che hanno già in mano benessere e privilegi.
E più avanti aggiunge:
George Steiner e José Saramago hanno scelto No come prima parola di un ideale lessico necessario. [...]
E’ un’arte difficile e perduta, quella di dire no. “No alla brutalità della politica, no alla follia delle ingiustizie economiche che ci circondano, no all’invasione della burocrazia nella nostra vita quotidiana. No all’idea che si possano accettare come normali le guerre, la fame, la schiavitù infantile. C’è un bisogno enorme di tornare a pronunciare quella parola. E invece ne siamo incapaci.” Per acquiescenza, per scetticismo, per pura pigrizia.
Probabilmente l’italiano medio è mosso dalla difesa del proprio giardinetto o dall’illusione che un giorno avrà anche lui un giardinetto da difendere.
8 marzo 2011 at 03:09
Senza alcun senso del ridicolo, con un’autoironia del tutto involontaria, nel Febbraio del 2010 ‘Il Giornale’ di famiglia pubblica un capolavoro misconosciuto del grande Curzio Malaparte, dal titolo evocativo: “Muss – Il Grande Imbecille”.
Si tratta di una disamina spietata degli italiani e della dittatura mussoliniana…
«L´Italia è sempre stata così. Una minoranza di gente seria, scontenta, delusa, di fronte a un popolo in miseria, nell’ignoranza, curvo sotto una banda d´ignobili profittatori, di cortigiani, di traditori, di vigliacchi, di sbirri e di preti, di bravi e di spie»
L’opera parla del duce, ma il ritratto potrebbe benissimo adattarsi al Reuccio attuale:
«Un uomo grasso, di media statura, che cammina dondolandosi sulle anche, e la cui sola forza consiste nel farsi credere una specie di Giulio Cesare alla vigilia della conquista delle Gallie [...] tronfio, superbo, soddisfatto, grasso, unto, la pappagorgia, la nuca piena di lardo»
L’Autore paragona il Mussolini/Berlusconi ad un imbonitore da piazza, a quei venditori ambulanti “che cantano le lodi della loro mercanzia, e ne discutono il prezzo ad alta voce. Dall’aspetto non misero ma ridicolo”.
Malaparte ha anche il grandissimo pregio di individuare quella che secondo lui (ed io condivido) è l’origine dei mali presenti, la forma mentis che permanea la (sub)cultura dell’italiano medio e ne plasma l’identità.
E si riferisce al “complesso dei difetti della civiltà cattolica, l’ultimo aspetto della Controriforma” che nel Concilio tridentino del 1545 trova appunto il suo principio ideale.
Concetto interessantissimo e affatto peregrino, che viene ripreso e sviluppato dall’ultima opera di Ermanno Rea, “La fabbrica dell’obbedienza”, che proprio nel trionfo tutto italiano della Controriforma ravvisa:
«l’evento storico che ha inoculato nella nostra cultura l’attitudine a un conformismo coatto, soffocando con la ferocia dei propri dogmi lo slancio alla partecipazione e la libertà creativa propri del Rinascimento»
con la sua “irrefrenabile cupidigia di obbedienza” e conformismo.
P.S. Ti ringrazio per la dimostrazione di stima, tanto da essere citato nel tuo post, e al contempo confido ancora una volta nella tua benevolenza, riguardo alle mie prolisse divagazioni da inguaribile ‘bibliomane’..:)
8 marzo 2011 at 11:11
In realtà è sempre un piacere leggere le tue interessanti “divagazioni da inguaribile bibliomane”! La tua metafora del “fiume carsico” mi ha molto colpita, è particolarmente efficace e rende benissimo un mio pensiero a cui non riuscivo a dare forma adeguata.
La citazione di Malaparte da parte de Il Giornale dimostra ancora una volta la qualità della testata e ne manifesta gli intenti; spiace ricordare che questi giornali ricevono finanziamenti pubblici.
La lettura in chiave di Controriforma mi convince parzialmente: concordo sul fatto che gran parte dei problemi attuali sia connessa alla forma mentis cattolica, ma mi chiedo come mai abbia funzionato così solo in Italia e con gli italiani. Questione di prossimità geografica allo Stato Pontificio o inclinazione pre-esistente nella gente?
8 marzo 2011 at 17:27
Carissima Midhriel,
A così tanti spunti di discussione non so resistere…
Personalmente, non amo la cosiddetta “riforma protestante”: una cura di gran lunga peggiore dei mali, che pretendeva di guarire.
Per quello che vale la mia opinione, credo che all’interno della Chiesa cattolica fossero già presenti (e in atto) i prodromi di un cambiamento radicale, a contenimento di una corruzione non più tollerabile.
La rivoluzione luterana rende inevitabile un mutamento all’interno del mondo cattolico (latino) e conferisce a questa svolta un’impronta, se così si può chiamare, di natura ‘emergenziale’ (una corsa ai ripari) con un carattere fortemente conservatore che si esplica soprattutto nella pratica repressiva, e capillare come non mai, non solo contro l’eresia, ma contro il ‘dissenso’ e il ‘libero pensiero’ in quanto tale. Dissenso religioso (e politico e sociale) che viene perseguitato in ogni sua forma, a partire dallo stato potenziale della sua possibile formulazione. Mi spiego meglio, un apparato inquisitorio era sempre esistito ma, generalmente, interveniva ‘dopo’ (quando le contestazioni non erano più riconducibili nell’alveo dell’ortodossia).. ad eresia conclamata e già largamente diffusa, per reprimere e quasi mai per prevenire.
Con la Controriforma, il controllo si fa stringente e capillare; agisce in anticipo su ogni ipotesi di dissenso e lo soffoca alla nascita.
L’imprescindibilità del Dogma, il controllo delle coscienze, diventano metodici e strutturali. L’intero apparato si burocratizza come non mai; si crea la Curia romana, fortemente gerarchizzata; le autonomie decisionali di vescovi e priorati, vengono cancellate. Da Roma, il papa controlla e supervisiona tutto con una rete capillare di controllo, che decide e interviene direttamente. E non si appoggia più, come accadeva in passato, sui consigli comunali e le autorità locali, delegando loro gli interventi, con non poca autonomia discrezionale (pratica che paradossalmente a volte si rivelava causa di enormi abusi sanzionati dalla stessa Chiesa).
E’ chiaro che un simile controllo organizzato poteva essere tanto più efficace e stringente, quanto più prossima era la vicinanza (e la debolezza politica) delle singole entità territoriali al centro d’emanazione del potere pontificio. Ed ecco perché l’Italia (come Penisola) viene investita in pieno dagli effetti della Controriforma, rispetto ai suoi più lontani omologhi transalpini.
Come ebbe a scrivere lo storico Romeo di Maio in una sua introduzione sull’argomento, la controriforma:
«Era nata come controrivoluzione, il suo ritardo culturale era velato da argomenti adattati a talune norme intellettuali e politiche dei tempi come lo sviluppo della Ragion di Stato [...] e quindi il primato su ogni altro fine della Ragion di Chiesa. [...] Sicché nel processo dialettico della Controriforma l’indubbio efficientismo pastorale e padagogico si andò dissolvendo nell’aridità delle coscienze; l’obbedienza nella pigra acquiescenza e nell’indifferenza religiosa; il primato della Chiesa ai privilegi sociali; il dogmatismo nel più grande impoverimento teologico mai accaduto; e infine la concentrazione della giurisdizione e del controllo della Curia romana nell’isolamento culturale.»
(“Riforma e miti nella Chiesa del Cinquecento”. Ed. Guida; Napoli 1973)
Del resto gli aspetti reazionari e fortemente arbitrari, volti all’appiattimento degli intelletti e all’intorpidimento delle coscienze in uno sterile conformismo di ipocrite adesioni all’insegna del “quieto vivere”, non erano estranei nemmeno ai contemporanei.
Pietro Sarpi, un ecclesiastico che del Concilio realizzò una “Istoria”, ebbe a scrivere a proposito dell’introduzione della censura più estrema, con l’istituzione dell’Indice dei Libri proibiti, manifestando tutti i suoi dubbi sul nuovo strapotere pontificio:
«..li pontefici romani per qualche sinistra informazione data loro, o per opinione propria, overo de altri, posson prendere errore nei lori brevi.
[...] Aggiungerò ancora che quando si pretende di proibire un libro, perché dica che il papa può fallare se precede senza il concilio, mette mano ad una cosa molto ardua e di gran pregiudicio alli principi et alli populi, perché si vede che la corte romana vuol avere per eresia tutto quello che si oppone alle loro pretensioni»
(17/03/1617)
Né sono meno tenere le sue considerazioni sul Concilio, riportate ad apertura della sua “Istoria del Concilio tridentino”:
«(Questo Concilio) ha causato la maggior deformazione che sia mai stata da che vive il nome cristiano, e dalli vescovi sperato per racquistar l’autorità episcopale, passata in gran parte nel solo pontefice romano, l’ha fatta loro perdere tutta intieramente, riducendoli a maggior servitú; nel contrario temuto e sfugito dalla corte di Roma come efficace mezo per moderare l’essorbitante potenza, da piccioli principii pervenuta con varii progressi ad un eccesso illimitato, gliel’ha talmente stabilita e confermata sopra la parte restatagli soggetta, che non fu mai tanta, né cosí ben radicata.»
Ecco perché ritengo che se le cause del degrado presente sono molte, ed i fattori storici contingenti, molto però possa essere riconducibile alla cesura della controriforma che in fondo spiana la strada all’assolutismo confessionale negli Stati dell’Età moderna. L’Italia in fondo si è sempre nutrita di controrivoluzioni per prevenire in anticipo la febbre di ogni possibile cambiamento e premunirsi dai contagi provenienti là dove tutto cambiava. Gli attori sono locali ma la regia, a pensarci bene, è sempre la stessa e risiede Oltretevere.
8 marzo 2011 at 23:20
Lieta di offire spunti di riflessione e di conversazione: in fondo è anche per questo che ho aperto un blog (e mi spiace non riuscire a seguirlo più di tanto)
Condivido l’idea che la Riforma Protestante non abbia ottenuto gli scopi che si prefiggeva, e che anzi abbia prodotto effetti deleteri. Che l’Italia sia una teocrazia mascherata da repubblica mi sembra evidente: e le civiltà guidate dai preti non possono che fossilizzarsi sul dogma fino a morire di dogma, o sovvertire il dogma, liberandosi di un potere che esiste solo in forza del fatto che evoca la paura della morte.
Perchè una così grande quantità di persone crede davvero che altri esseri umani (del passato o del presente) siano in contatto con una divinità? Questa domanda forse non avrà mai una risposta: se l’avrà, sarà probabilmente la fine di tutte le religioni del pianeta. E personalmente non credo che spiritualità e religione siano la stessa cosa.
La tua lettura storica degli effetti della Controriforma è molto chiara e precisa; leggendola oggi, nel giorno della festa della donna, mi ha fatto pensare subito alle streghe e ad altre vittime innocenti: http://www.youtube.com/watch?v=VgnwBbueOb0.
Rimane il fatto che le persone hanno subito tutti gli effetti che hai descritto, ma forse più che la paura e la repressione inquisitoria potè la forza della pedagogia, della formazione e dell’educazione degli individui.
Non sono un’esperta di storia, ma a mio avviso non è un caso che i secoli bui del medioevo coincidano con l’epoca di maggior potere (e cultura popolare) ecclesiastico.
9 marzo 2011 at 00:51
In effetti, la forza principale della Controriforma risiedeva soprattutto nella nuova pedagogia religiosa… E, ad essere maliziosi, si capisce anche il motivo delle pressioni vaticane sulla concessione di sempre nuovi privilegi alle scuole confessionali cattoliche.
Naturalmente ho visto il video… la cosa che mi ha colpito maggiormente è stato apprendere che sono terminate prime le persecuzioni contro i gatti, piuttosto che contro le donne.
L’ultimo rogo conosciuto di donne condannate per stregoneria sembra sia infatti avvenuto a Poznan nel 1793, ma processi per stregoneria con pene non capitali si sono avuti in Europa fino al 1820.
P.S. Una piccola correzione: rileggendo il precedente intervento, il teologo si chiama PAOLO Sarpi e non ‘Pietro’ (ho confuso gli evangelisti).
Paradossalmente, le persecuzioni più feroci e crudeli, insieme all’enorme apparato giuridico che le supporta, viene sviluppato in buona parte in età moderna. L’Ossessione anti-stregonica è una fobia che prende corpo durante il Rinascimento.
I “Secoli bui”, pur nella loro brutalità, non furono infatti così oscuri come comunemente si crede.
Come avrai notato, in qualità di dilettante, a me l’argomento appassiona molto, tant’è che mi ero già cimentato sulle radici culturali dell’anti-femminismo (argomento che conto di riprendere e ampliare in futuro). Se mi passi l’auto-citazione, qualcosina avevo provato a scriverla:
http://liberthalia.wordpress.com/2009/08/24/radici-ii/
I mesi estivi solitamente sono dedicati alle letture teologiche..:)
9 marzo 2011 at 14:49
Ho letto il tuo articolo sull’anti-femminismo, e devo ammettere che l’ho trovato (oltre che ricco e preciso) agghiacciante. Non che ne fossi sorpresa; solo che leggere tutte di seguito le pur note affermazioni sulle donne è impressionante. Fatico a credere che si possa essere usciti da tanto orrore e si sia riusciti ad arrivare alla situazione odierna, almeno nel mondo occidentale.
Che volessero farci usare il burqa anche dalle nostre parti avevo pochi dubbi, fino a quando ero bambina le donne dovevano entrare in chiesa a capo coperto.
9 marzo 2011 at 16:59
Se mi concedi l’ironia, è curioso questo fatto che in nome di un medesimo ‘rispetto’ religioso sia considerato sconveniente per le donne presentarsi a capo scoperto, mentre è imprescindibile per gli uomini togliersi il berretto.
9 marzo 2011 at 17:29
Per restare in chiave ironica: non vorrai metterti a pensare che uomini e donne siano uguali, per caso? E’ ovvio che per l’uno vale l’opposto che per l’altra
10 marzo 2011 at 00:49
Eh pure io, fissato con assurdi egalitarismi, cosa vado mai a pensare..!